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Acquedotti
· II parte ·
II PARTE - come funzionavano gli acquedotti romani III PARTE - cos'è rimasto da vedere ai nostri giorni


DALL'ANTICA ROMA ALL'ETÀ CONTEMPORANEA
Sebbene di tanto in tanto fosse necessario operare qualche restauro, gli acquedotti originali funzionarono a dovere fino al VI secolo. Poi, durante le guerre gotiche, i barbari che assediavano Roma ne danneggiarono gran parte per tagliare le risorse idriche della città.
Il Medioevo vide la decadenza di molte strutture pubbliche, fra cui anche gli acquedotti; di quest'ultimi solo l'Aqua Virgo e, a periodi alterni, l'Aqua Traiana rimasero in funzione durante dei mille anni successivi. Altri vennero temporaneamente riparati, ma nuovi danni causati dalle campagne belliche e le falle non ne consentirono mai una piena ripresa funzionale.

Solo nel corso del XVI secolo rinacque un certo interesse per queste antiche strutture, quando i papi decisero di realizzare nuovi dotti, sfruttando quanto più possibile ciò che rimaneva di quelli antichi, e decorando i loro sbocchi principali con grandiose fontane, definite "mostre" dei rispettivi acquedotti, un po' come i ninfei del passato (cfr. anche pagina 2).


XVI SECOLO

Mentre la città si espandeva di nuovo, al termine del suo periodo più nero, la fornitura idrica che l'antica Aqua Virgo era in grado di dare non copriva il fabbisogno, e la sua disponibilità si concentrava essenzialmente in una piccola parte dell'area urbana.
Restauri erano stati eseguiti diverse volte, ma gli architetti medievali avevano cognizioni di idraulica ancora scarse, e si affidavano a mezzi tecnici limitati, e per tale motivo il percorso del dotto aveva subito un accorciamento, e l'acqua non veniva più incanalata dalle sorgenti originali, ma da altre più scarse e più vicine alla città: a parte la disponibilità più modesta, anche la sua qualità e purezza (quindi il sapore) non erano più quelli dei tempi antichi.
Papa Paolo III (1534-49) era stato saggiamente consigliato a restaurare il percorso originale dell'acquedotto, ma a causa di problemi di natura politica non lo fece.
Il suo successore Pio V dovette fare i conti con la fiera rivalità fra gli architetti che si contendevano questo importante incarico; ciascuno di essi faceva del proprio meglio per denigrare i progetti degli altri, e ciò comportò un ulteriore ritardo.

l'acqua di Salone (l'antica Aqua Virgo; A · sorgenti originali, B · durante il medioevo)
e l'Acqua Felice

Ciononostante, i lavori ebbero inizio, ma dovettero succedersi altri due papi (Pio VI e Gregorio XIII) prima che nel 1570 l'Aqua Virgo, rinominata acqua di Salone dalla località prossima alle sorgenti, fosse finalmente restaurata e riprendesse la sua portata originale.
A ciò fece immediatamente seguito la costruzione di una rete sotterranea di dotti, che consentirono all'acqua di raggiungere diversi rioni (cfr. Fontane, III parte pagina 2 per maggiori dettagli.

Roma continuava ad espandersi ad un ritmo molto elevato, e l'acqua ancora non bastava, soprattutto in alcune zone importanti, come il Campidoglio e il suo circondario, dove l'acqua di Salone non giungeva.
Un progetto di riattivare le sorgenti dell'antica Aqua Alexandrina venne approvato sotto lo stesso papa Gregorio XIII, ma egli morì poco dopo l'avvio dei lavori (1585).
Chi fece costruire la maggior parte del secondo acquedotto fu Sisto V (Felice Peretti, 1585-90). Ancora cardinale, divenne proprietario della Villa Montalto sul colle Esquilino, un vasto possedimento che comprendeva il sito dell'odierna stazione ferroviaria di Termini. Il percorso del nuovo acquedotto sarebbe passato accanto alla villa del papa, facendone considerevolmente aumentare il valore, anche perché avrebbe consentito la costruzione di nuove fontane nei suoi giardini. Ciò spiega per quale ragione Sisto V ebbe tanta fretta di portare l'acqua a Roma, nel più breve tempo possibile: i lavori ripresero solo pochi giorni dopo la sua elezione. Il papa diede all'acquedotto il suo stesso nome, Acqua Felice, sebbene l'opera non nacque affatto sotto i migliori auspici.
vicolo dell'Acquedotto Felice
resti dell'Aqua Claudia: notare le
impronte quadrate dei blocchi sottratti

Come prima cosa, forse a causa di una progettazione troppo precipitosa, l'architetto incaricato (Matteo Bartolani, anche noto come Matteo di Castello) pur aiutato da una commissione di esperti, non riuscì ad evitare un errore nel calcolo dell'altezza dei nuovi viadotti che avrebbero dovuto integrare le antiche rovine: così l'acqua, che inizialmente scorreva dalle sorgenti originali verso Roma, a un certo punto cominciò a refluire indietro. Il papa, furioso per aver perso tempo e denaro, nominò un diverso architetto, Giovanni Fontana, il quale riuscì a trovare altre sorgenti vicine alle precedenti, ma ad un'altezza leggermente superiore, quanto bastava per permettere all'acqua di raggiungere la città. La traiettoria dell'Acqua Felice era praticamente la stessa dell'Aqua Marcia e dell'Aqua Claudia, dalle cui rovine fu prelevata una gran quantità di materiali da costruzione. Diversi pilastri dell'Aqua Claudia ora mostrano le impronte dei blocchi di pietra asportati e riutilizzati per il nuovo acquedotto.
Mentre dopo i lavori di Sisto V non rimase nulla dell'Aqua Marcia, le parti ancora stabili dell'Aqua Claudia vennero anche usate come supporto per il nuovo dotto: in alcuni punti l'Acqua Felice venne edificata a ridosso della struttura romana antica, chiaramente distinguibile perché più alta di quella tardo-rinascimentale.
Si estende ancora oggi lungo l'intero percorso da Pantano a Roma, attraversando la periferia a sud est della moderna città, che una volta era aperta campagna (illustrazione a sinistra e III parte).
via Casilina Vecchia
tratto periferico dell'Acqua Felice (1585)
via XX Settembre
la Fontana dell'Acqua Felice:
Mosè ne è la figura centrale

Al termine della sua Acqua Felice Sisto V fece realizzare un'importante fontana, presso le rovine delle Terme di Diocleziano. Sotto una grande iscrizione che ricorda la costruzione dell'acquedotto da parte del papa, tre alte nicchie sono divise da colonne; quella centrale è occupata dalla possente figura di Mosè.
Una volta posta in sito, però, la statua si rivelò alquanto tozza e sproporzionata; il popolo romano, abituato ad opere d'arte assai migliori di questa, fu fortemente critico nei suoi confronti, deridendola col nome di "Mosè ridicolo". Ancora una volta, l'Acqua Felice non si rivelò affatto tale (vedi Fontane, III parte pagina 6).
Nonostante l'incidente, alla fine del XVI secolo gran parte delle aree abitate di Roma ebbero nuovamente a disposizione l'acqua corrente.

via XX Settembre
il "Mosè ridicolo"



XVII SECOLO

Solo i rioni occidentali, quali Regola, Trastevere e Borgo, rimanevano piuttosto all'asciutto. Il poco volume idrico che l'Acqua Felice riusciva a condurre al capo opposto della città (cfr. anche Fontane, IIIt parte, pagina 11) era certamente insufficiente a coprire le necessità della popolazione. Persino le famiglie ricche che abitavano in questa parte di Roma, come i Farnese, dovevano ancora raccogliere l'acqua in più che a loro serviva dal Tevere, o dalle fontane che già funzionavano, oppure comprarla dagli acquaioli ambulanti.

All'inizio del secolo successivo papa Paolo V fece restaurare completamente l'Aqua Traiana, e la rinominò Acqua Paola, dandole il proprio nome. I lavori terminarono nel 1618, ma la "mostra" dell'acquedotto, ciè l'enorme fontana sul colle Gianicolo (cfr. Fontane, III parte, pagina 12), non venne ultimata prima del 1690.
Per via delle sue dimensioni, ancora oggi per i romani questo è "er fontanone". Secondo una pessima usanza, però, per la realizzazione di questa fontana vennero asportati dalle rovine di templi ed edifici del Foro di Traiano diversi blocchi di marmo.
via Garibaldi
"er fontanone"

Come in passato aveva fatto anche l'Aqua Traiana, l'Acqua Paola riforniva l'intera parte occidentale della città, non più limitata al solo Trastevere poiché anche l'area del Vaticano (il rione di Borgo) era entrata di recente a far parte dei rioni di Roma.
Ponte Sisto
veduta della fontana di Paolo V, presso Ponte Sisto, e sullo
sfondo l'enorme fontana dell'Acqua Paola sul Gianicolo
Non lontano da lì, un'altra importante fontana, sebbene non così grande come la precedente, ne condivideva la medesima acqua. Situata in origine all'estremità meridionale di via Giulia, sulla riva opposta del Tevere, era stata voluta dallo stesso Paolo V a favore del rione Regola. Ma nel tardo XIX secolo lungo il Tevere furono collocati i muraglioni a protezione delle piene, e molti edifici furono abbattuti a tale scopo; ai fini di una sua conservazione, la fontana dovette essere smontata e ricomposta sul versante di Ponte Sisto che appartiene al rione Trastevere, dove a tutt'oggi si trova (maggiori dettagli in Fontane, III parte, pagina 12).




XVIII SECOLO

L'Aqua Virgo è l'unico fra gli acquedotti antichi ad essere rimasto continuamente attivo sin dall'età della sua costruzione, nel I secolo aC.
Nel 1453, in occasione di uno dei molti restauri, papa Nicolò V ne modificò parzialmente la direzione e ne decorò lo sbocco con una fontana la cui forma conosciamo grazie ad un'incisione di G.Vasi (prima metà del '700).
Circa tre secoli dopo vennero fatti dei tentativi di migliorare l'aspetto della fontana, ma un certo numero di progetti poco fortunati vennero respinti. Quindi, nel 1751, Clemente XII diede infine la commissione a Francesco Salvi per la realizzazione dell'opera conosciuta in tutto il mondo come Fontana di Trevi (cfr. Fontane, III parte, pagina 17), che divenne uno dei simboli stessi di Roma. Dopo la costruzione di questa enorme "mostra", quella portata dall'Aqua Virgo è anche stata chiamata "acqua di Trevi": ancora nella seconda metà del XX secolo era apprezzata come eccellente acqua potabile, tanto che attorno al 1930s venne portata a termine un'altra modifica al percorso urbano di questo acquedotto, per migliorarne la portata. Ancora oggi molte fontane importanti nel centro di Roma ricevono l'Acqua Virgo attraverso i suoi numerosi rami secondari.

piazza di Trevi
in alto: la fontana quattrocentesca dell'Aqua Virgo;
in basso: la sua versione nel XVIII secolo, dal progetto originale

piazza di Trevi

piazza della Repubblica
la figura centrale
della fontana delle naiadi


XIX SECOLO

Nel 1870, solo pochi giorni prima che le truppe italiane conquistassero Roma, papa Pio IX inaugurò un acquedotto che aveva finanziato chiamandolo Acqua Pia-Marcia, il quale in parte seguiva l'antico tracciato dell'Aqua Marcia.
Il sito della sua "mostra" venne scelto non lontano da quello dove una volta sorgeva il castello dell'acquedotto. La sua posizione, però, venne leggermente spostata solo pochi anni dopo, e la "mostra" venne rimpiazzata dalla grande Fontana delle Naiadi (ulteriori dettagli su questa fontana si trovano nella sezione Curiosità Romane, pagina 9, e in Fontane, III parte, pagina 19).


XX SECOLO

Tranne le modifiche apportate all'Acqua Virgo nel 1936, a Roma un acquedotto completamente moderno non venne costruito prima della fine della Seconda Guerra Mondiale.
Un'importante riserva d'acqua per i nuovi quartieri, che stavano rapidamente sorgendo a distanza dal centro storico, venne dall'acquedotto del Peschiera, il cui primo ramo fu completato nel 1949, mentre un secondo ne fu aperto nel 1964; dalle sorgenti, situate vicino a Rieti (una sessantina di km a nord-est di Roma), entra in città da nord-ovest. La sua "mostra" è a piazzale degli Eroi, vicino al confine settentrionale del Vaticano, cfr. Fontane, III parte, pagina 21.
piazzale degli Eroi
la fontana di piazzale degli Eroi, "mostra" dell'acquedotto del Peschiera

Infine, un ultimo acquedotto, l'Appio-Alessandrino, fu costruito nel 1965 per i quartieri a sud-est, il cui crescente fabbisogno idrico non poteva più essere soddisfatto dalla sola Acqua Pia-Marcia.


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