Sebbene di tanto in tanto fosse necessario operare qualche restauro, gli acquedotti
originali funzionarono a dovere fino al VI secolo. Poi, durante le guerre
gotiche, i barbari che assediavano Roma ne danneggiarono gran parte per
tagliare le risorse idriche della città.
Il Medioevo vide la decadenza di molte strutture pubbliche, fra cui anche
gli acquedotti; di quest'ultimi solo l'Aqua Virgo e, a periodi alterni, l'Aqua Traiana
rimasero in funzione durante dei mille anni successivi. Altri vennero temporaneamente
riparati, ma nuovi danni causati dalle campagne belliche e le falle non ne consentirono
mai una piena ripresa funzionale.
Solo nel corso del XVI secolo rinacque un certo interesse per queste
antiche strutture, quando i papi decisero di realizzare nuovi dotti, sfruttando quanto più
possibile ciò che rimaneva di quelli antichi, e decorando i loro sbocchi principali
con grandiose fontane, definite "mostre" dei rispettivi acquedotti, un po' come
i ninfei del passato (cfr. anche pagina 2).
XVI SECOLO
Mentre la città si espandeva di nuovo, al termine del suo periodo più nero, la fornitura idrica che l'antica Aqua Virgo era in grado di dare non copriva il
fabbisogno, e la sua disponibilità si concentrava essenzialmente in una piccola parte dell'area urbana.
Restauri erano stati eseguiti diverse volte, ma gli architetti medievali
avevano cognizioni di idraulica ancora scarse, e si affidavano a mezzi
tecnici limitati, e per tale motivo il percorso del dotto aveva subito
un accorciamento, e l'acqua non veniva più incanalata dalle sorgenti originali, ma da altre più scarse e più vicine alla città: a parte la disponibilità più modesta, anche la sua qualità e purezza (quindi il sapore) non erano più
quelli dei tempi antichi.
Papa Paolo III (1534-49) era stato saggiamente consigliato a restaurare il percorso originale dell'acquedotto, ma a causa di problemi di natura politica non lo fece.
Il suo successore Pio V dovette fare i conti con la fiera rivalità fra gli architetti che si contendevano questo importante incarico; ciascuno di essi faceva del proprio meglio per denigrare i progetti degli altri, e ciò comportò un ulteriore ritardo. |
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l'acqua di Salone (l'antica Aqua Virgo; A · sorgenti originali, B · durante il medioevo)
e l'Acqua Felice |
Ciononostante, i lavori ebbero inizio, ma dovettero succedersi altri due papi (Pio VI e Gregorio XIII) prima che nel 1570 l'Aqua Virgo, rinominata
acqua di Salone dalla località prossima alle sorgenti, fosse finalmente restaurata e riprendesse la sua portata originale.
A ciò fece immediatamente seguito la costruzione di una rete sotterranea di dotti, che consentirono all'acqua di raggiungere diversi rioni (cfr.
Fontane, III parte pagina 2 per
maggiori dettagli.
Roma continuava ad espandersi ad un ritmo molto elevato, e l'acqua ancora non
bastava, soprattutto in alcune zone importanti, come il Campidoglio e il suo
circondario, dove l'acqua di Salone non giungeva.
Un progetto di riattivare le sorgenti dell'antica Aqua Alexandrina venne
approvato sotto lo stesso papa Gregorio XIII, ma egli morì poco dopo
l'avvio dei lavori (1585).
Chi fece costruire la maggior parte del secondo
acquedotto fu Sisto V (Felice Peretti, 1585-90).
Ancora cardinale, divenne proprietario della Villa Montalto sul colle Esquilino,
un vasto possedimento che comprendeva il sito dell'odierna stazione
ferroviaria di Termini. Il percorso del nuovo acquedotto sarebbe passato
accanto alla villa del papa, facendone considerevolmente aumentare il valore, anche perché avrebbe consentito la costruzione di nuove fontane nei suoi
giardini. Ciò spiega per quale ragione Sisto V ebbe tanta fretta
di portare l'acqua a Roma, nel più breve tempo possibile: i lavori ripresero solo pochi giorni dopo la sua elezione.
Il papa diede all'acquedotto il suo stesso nome, Acqua Felice, sebbene l'opera
non nacque affatto sotto i migliori auspici.

resti dell'Aqua Claudia: notare le
impronte quadrate dei blocchi sottratti
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Come prima cosa, forse a causa di una progettazione troppo precipitosa, l'architetto incaricato (Matteo Bartolani, anche noto come Matteo di Castello) pur aiutato da una commissione di esperti, non riuscì ad evitare un errore nel calcolo dell'altezza dei nuovi viadotti che avrebbero dovuto integrare le antiche rovine: così l'acqua, che inizialmente scorreva dalle sorgenti originali verso Roma, a un certo punto cominciò a refluire
indietro. Il papa, furioso per aver perso tempo e denaro,
nominò un diverso architetto, Giovanni Fontana, il quale riuscì a trovare
altre sorgenti vicine alle precedenti, ma ad un'altezza leggermente superiore, quanto bastava per permettere all'acqua di raggiungere la città.
La traiettoria dell'Acqua Felice era praticamente la stessa dell'Aqua Marcia e dell'Aqua Claudia, dalle cui rovine fu prelevata una gran quantità di materiali da costruzione. Diversi pilastri dell'Aqua Claudia ora mostrano le impronte
dei blocchi di pietra asportati e riutilizzati per il nuovo acquedotto. |
Mentre dopo
i lavori di Sisto V non rimase nulla dell'Aqua Marcia, le parti ancora stabili dell'Aqua Claudia vennero anche usate come supporto per il nuovo dotto:
in alcuni punti l'Acqua Felice venne edificata a ridosso della
struttura romana antica, chiaramente distinguibile perché più alta
di quella tardo-rinascimentale.
Si estende ancora oggi lungo l'intero percorso da Pantano a Roma,
attraversando la periferia a sud est della moderna città, che una volta
era aperta campagna (illustrazione a sinistra e III parte). |

tratto periferico dell'Acqua Felice (1585)
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la Fontana dell'Acqua Felice:
Mosè ne è la figura centrale |
Al termine della sua Acqua Felice
Sisto V fece realizzare un'importante fontana, presso le rovine delle Terme di Diocleziano. Sotto una grande iscrizione che ricorda la costruzione dell'acquedotto da parte del papa, tre alte nicchie sono divise da colonne; quella centrale è occupata dalla possente figura di Mosè.
Una volta posta in sito, però, la statua si rivelò alquanto tozza e sproporzionata; il popolo romano, abituato ad opere d'arte assai migliori di questa, fu fortemente critico nei suoi confronti, deridendola col nome di "Mosè ridicolo". Ancora una volta, l'Acqua Felice non si rivelò affatto tale (vedi Fontane, III parte pagina 6).
Nonostante l'incidente, alla fine del XVI secolo gran parte delle
aree abitate di Roma ebbero nuovamente a disposizione l'acqua corrente.
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il "Mosè ridicolo"
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XVII SECOLO
Solo i rioni occidentali, quali Regola, Trastevere e Borgo,
rimanevano piuttosto all'asciutto. Il poco volume idrico che l'Acqua Felice
riusciva a condurre al capo opposto della città (cfr. anche
Fontane, IIIt parte,
pagina 11) era certamente insufficiente
a coprire le necessità della popolazione. Persino le famiglie ricche che abitavano in questa parte di Roma, come i Farnese, dovevano ancora raccogliere l'acqua in più che a loro serviva dal Tevere, o dalle fontane che già funzionavano, oppure comprarla
dagli acquaioli ambulanti.
All'inizio del secolo successivo papa Paolo V fece restaurare completamente l'Aqua Traiana, e la rinominò Acqua Paola, dandole il proprio nome. I lavori terminarono nel 1618, ma la "mostra" dell'acquedotto, ciè l'enorme fontana sul colle Gianicolo (cfr. Fontane,
III parte, pagina 12),
non venne ultimata prima del 1690.
Per via delle sue dimensioni, ancora oggi per i romani questo è "er fontanone".
Secondo una pessima usanza, però, per la realizzazione di questa fontana vennero asportati
dalle rovine di templi ed edifici del Foro di Traiano diversi blocchi di marmo. |

"er fontanone" |
Come in passato aveva fatto anche l'Aqua Traiana, l'Acqua Paola riforniva l'intera parte
occidentale della città, non più limitata al solo Trastevere poiché anche l'area
del Vaticano (il rione di Borgo) era entrata di recente a far parte dei rioni di Roma.

veduta della fontana di Paolo V, presso Ponte Sisto, e sullo
sfondo l'enorme fontana dell'Acqua Paola sul Gianicolo |
Non lontano da lì, un'altra importante fontana, sebbene non così grande come la precedente, ne condivideva la medesima acqua. Situata in origine all'estremità meridionale di via Giulia,
sulla riva opposta del Tevere, era stata voluta dallo stesso Paolo V a favore del rione Regola.
Ma nel tardo XIX secolo lungo il Tevere furono collocati i muraglioni a protezione delle piene, e molti edifici furono abbattuti a tale scopo; ai fini di una sua conservazione, la fontana dovette essere smontata e ricomposta sul versante di Ponte Sisto che appartiene al rione Trastevere, dove a tutt'oggi si trova (maggiori dettagli in Fontane, III parte, pagina 12).
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XVIII SECOLO
L'Aqua Virgo è l'unico fra gli acquedotti antichi ad essere rimasto continuamente
attivo sin dall'età della sua costruzione, nel I secolo aC.
Nel 1453, in occasione di uno dei molti restauri, papa Nicolò V ne modificò
parzialmente la direzione e ne decorò lo sbocco con una fontana la cui forma conosciamo
grazie ad un'incisione di G.Vasi (prima metà del '700).
Circa tre secoli dopo vennero fatti dei tentativi di migliorare l'aspetto della fontana,
ma un certo numero di progetti poco fortunati vennero respinti. Quindi, nel 1751,
Clemente XII diede infine la commissione a Francesco Salvi per la realizzazione
dell'opera conosciuta in tutto il mondo come Fontana di Trevi (cfr. Fontane, III parte, pagina 17),
che divenne uno dei simboli stessi di Roma. Dopo la costruzione di questa enorme
"mostra", quella portata dall'Aqua Virgo è anche stata chiamata "acqua di Trevi": ancora nella
seconda metà del XX secolo era apprezzata come eccellente acqua potabile, tanto che
attorno al 1930s venne portata a termine un'altra modifica al percorso urbano di questo
acquedotto, per migliorarne la portata. Ancora oggi molte fontane importanti
nel centro di Roma ricevono l'Acqua Virgo attraverso i suoi numerosi rami secondari.
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in alto: la fontana quattrocentesca dell'Aqua Virgo;
in basso: la sua versione nel XVIII secolo, dal progetto originale
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la figura centrale della fontana delle naiadi
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XIX SECOLO
Nel 1870, solo pochi giorni prima che le truppe italiane conquistassero Roma,
papa Pio IX inaugurò un acquedotto che aveva finanziato chiamandolo Acqua Pia-Marcia,
il quale in parte seguiva l'antico tracciato dell'Aqua Marcia.
Il sito della sua "mostra" venne scelto non lontano da quello dove una volta sorgeva
il castello dell'acquedotto. La sua posizione, però, venne leggermente spostata
solo pochi anni dopo, e la "mostra" venne rimpiazzata dalla grande Fontana delle Naiadi
(ulteriori dettagli su questa fontana si trovano nella sezione Curiosità Romane,
pagina 9, e in Fontane, III parte, pagina 19).
XX SECOLO
Tranne le modifiche apportate all'Acqua Virgo nel 1936, a Roma
un acquedotto completamente moderno non venne costruito prima della fine della Seconda
Guerra Mondiale.
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Un'importante riserva d'acqua per i nuovi quartieri, che stavano rapidamente
sorgendo a distanza dal centro storico, venne dall'acquedotto del Peschiera,
il cui primo ramo fu completato nel 1949, mentre un secondo ne fu aperto nel 1964;
dalle sorgenti, situate vicino a Rieti (una sessantina di km
a nord-est di Roma), entra in città da nord-ovest. La sua "mostra" è a piazzale degli Eroi,
vicino al confine settentrionale del Vaticano, cfr. Fontane, III parte, pagina 21. |

la fontana di piazzale degli Eroi, "mostra" dell'acquedotto del Peschiera |
Infine, un ultimo acquedotto, l'Appio-Alessandrino, fu costruito nel 1965 per i quartieri a
sud-est, il cui crescente fabbisogno idrico non poteva più essere soddisfatto dalla sola
Acqua Pia-Marcia.
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